mercoledì 6 luglio 2011

Sabato 17 e domenica 18 settembre tutti ad ASLAN, il ruggito dell'identità



Sabato 17 e domenica 18 settembre a Monza, presso il Binario 7, si celebrerà ASLAN la prima la festa identitaria delle comunità militanti lombarde.


ASLAN, il Grande Leone delle cronache di Narnia, la saga di sette romanzi fantastici scritta dall'inglese C. S. Lewis è un simbolo di speranza, di risveglio, di giustizia, ma è anche guida di una comunità ed esempio.

ASLAN è la due giorni di formazione dell’associazionismo che guarda a... destra; è la continuazione ideale dei Campi Hobbit e dei Campi Base. Uno spazio libero, un laboratorio politico a cielo aperto, una palestra di vita.

ASLAN è un luogo per gli appassionati della Politica, quella con la P maiuscola che si pone domande ed elabora risposte pensando non già alle prossime elezioni ma alle prossime generazioni.


Anni fa abbiamo deciso di salpare in mare aperto nella speranza di costruire una nuova esperienza politica per cambiare l’Italia, ripulendola dalle tante brutture della prima repubblica.


Oggi tanti di quei sogni sembrano svanire, tra sconfitte elettorali, strutture di partito inesistenti e un correntismo esasperato che non è confronto di modelli culturali ma scontro per l'acquisizione di potere.


Oggi tanti di quei sogni sembrano arrendersi a nuove e vecchie parole d’ordine: mercatismo, omologazione, relativismo, buonismo e carrierismo.


Persino il movimento giovanile, un tempo casa comune e unica certezza, sembra in balia di sterili giochi di potere e immobilismo. Di fronte a ciò riteniamo essenziale il ritorno ai valori comunitari e identitari, unica via di uscita da questa crisi, non solo economica, che investe ogni ambito della nostra vita.


Il ritorno ad una politica che detti le regole all’economia, e non viceversa, mettendo al centro i popoli e non il mercato.


Il ritorno ad un’idea di Europa libera da ogni sudditanza e unita da un comune destino.


Il ritorno ad un sano amore per la nostra patria che cancelli ogni egoismo.


A settembre a Monza ad ASLAN si dibatterà di tutto questo.



TI ASPETTIAMO !

giovedì 9 giugno 2011

COMUNICARE LO SVILUPPO

Le politiche economiche adottate dall’Italia nel corso dell’ultimo trentennio hanno privilegiato la difesa dei benefici sociali conquistati durante il boom registrato dal Paese nel secondo dopoguerra.

Si tratta, quindi, di diritti conquistati in un periodo di crescita a due cifre che si è protratto fin quasi alla fine degli anni Sessanta. La loro difesa è iniziata a partire dagli anni Settanta, quando hanno iniziato ad alternarsi fasi di recessione e fasi di crescita reale ridotta, consentendo di proteggere la generazione dei baby boomers con risultati eccellenti in termini di allungamento della durata e di miglioramento della qualità della vita.

La combinazione tra un mondo del lavoro caratterizzato da una forte regolamentazione, la stagnazione del reddito e la minore propensione, o capacità, al risparmio ha generato nel lungo termine problemi rilevanti per il nostro sistema-Paese. Anzitutto non ha permesso allo Stato di avere a disposizione le risorse adeguate per favorire l’ingresso delle nuove generazioni nel mondo del lavoro. In secondo luogo ha ostacolato il consolidamento della posizione di forza guadagnata dal Paese nell’ambito di uno scenario tanto anarchico, quanto mutevole, come quello internazionale. Infine ha contribuito ad erodere l’idea di coesione sociale e di solidarietà nazionale, nonché la percezione di sicurezza della nostra comunità.

La crisi strutturale del modello socio-economico occidentale impone all’Italia di alimentare un ampio dibattito sull’analisi delle cause della crisi. Questo dovrà risultare scevro dagli ideologismi e orientato dal concetto di interesse nazionale, con il chiaro scopo di tracciare le linee guida per salvaguardare il ruolo significativo che l’Italia ha tradizionalmente occupato nel consesso degli Stati.

mercoledì 26 gennaio 2011

L'ASSOCIAZIONE ARCADIA ADERISCE AL COMITATO 10 FEBBRAIO

Il “Comitato 10 Febbraio” nasce in concomitanza con la prima celebrazione della “Giornata del Ricordo dei martiri delle foibe e degli esuli istriani, giuliani e dalmati”.

Finalmente dopo troppi decenni di oblio il Parlamento italiano ha approvato la legge di istituzione della “Giornata del ricordo”, restituendo così dignità alla memoria delle migliaia di italiani trucidati barbaramente sul confine orientale e dei 350.000 connazionali costretti all'esilio dalle terre natie di Istria, Fiume e Dalmazia per sfuggire alla repressione dei partigiani del Maresciallo Tito e alla sistematica pulizia etnica attuata nei confronti dei cittadini italiani.


Tra pochi giorni la Repubblica Italiana celebrerà ufficialmente questa ricorrenza, e questa dovrà essere l'occasione per dimostrare che la storia non può e non deve essere strumento di lotta politica, ma parte integrante della cultura e della tradizione di un popolo, senza amnesie né colpevoli dimenticanze.

A tal proposito il “Comitato 10 febbraio” nasce per creare una sinergia tra tutti coloro i quali intendano celebrare la giornata del ricordo, sensibilizzando le migliaia di italiani che pur non avendo letto questa storia sui loro libri di testo, sono consapevoli di come un popolo che dimentica i suoi martiri non possa considerarsi tale.

Il Comitato - al quale si inviteranno ad aderire Associazioni, movimenti, organizzazioni giovanili di partito e non, sindacati, enti locali e personalità del mondo della politica, della cultura e dello spettacolo, dello sport - si prefigge di:

• pubblicizzare le iniziative in programma per le celebrazioni del 10 Febbraio;

• sostenere la Amministrazioni locali nell'organizzazione e nel coordinamento di iniziative volte a dare la massima diffusione e conoscenza alla “Giornata del Ricordo”;

• raccogliere le adesioni di importanti personalità del mondo dell'arte, dello spettacolo, della cultura, dello sport, dell'economia e della politica al fine di divulgare presso il più vasto pubblico l'importanza delle celebrazioni del 10 Febbraio;

• diffondere presso le giovani generazioni, attraverso i canali della scuola e dell'università, la memoria della tragedia dell'esodo e del genocidio degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia;

• redigere e pubblicare volumi di approfondimento, filmati e mostre tematiche.

In occasione delle prossime celebrazioni il Comitato produrrà un grande quantitativo di spille tricolori che diventeranno il simbolo di riconoscimento per tutti quegli italiani che vorranno con questo semplice gesto ricordare il 10 Febbraio, siano essi cittadini comuni o personalità.

Attraverso lo strumento della spilla tricolore, il Comitato si prefigge l'obiettivo di creare un meccanismo di condivisione, di partecipazione e di moltiplicazione del messaggio affinché questo possa raggiungere quanti più italiani possibile.

CONFERENZA: Afghanistan un impegno “necessario”

Dopo la conferenza del 10 gennaio 2011 Afghanistan un impegno “necessario” presso la sala Maddalena del comune di Monza riportiamo un estratto delle riflessioni di Gabriele Natalizia dei circoli Nuova Italia sullo stesso tema:

Morire per Kabul? È dai tempi di Kipling che l’Occidente riflette sulla necessità di investire risorse umane ed economiche nel tentativo di pacificare l’Afghanistan. La risposta dell’alfiere della strategia geopolitica britannica era affermativa. L’unica eccezione mossa da Kipling era che al sacrificio di ogni soldato dovesse corrispondere allo sforzo di salvarne a tutti i costi l’onore militare, messo a repentaglio dall’assenza di ogni genere di norme in combattimenti con gruppi tribali che, pur non essendo organizzati nei ranghi di un esercito regolare, avevano saputo ottimizzare il “fattore territorio” ai danni della superpotenza del XIX secolo.

La storia ci racconta che, alla fine di quasi un secolo di “grande gioco” con la Russia e tre guerre anglo-afghane (1839-1842, 1878-1880, 1919), la Gran Bretagna si arrese a concedere progressivamente l’indipendenza all’Afghanistan. Una terra che dopo essere stata al centro di un’intricata partita a scacchi con i servizi segreti e le truppe dei Romanov il cui palio era il controllo sulla perla dell’Impero, l’India, fu trasformata in una sorta di “zona cuscinetto” tra i possedimenti britannici e i territori controllati dai Romanov. Un nuovo Stato ufficialmente indipendente tanto da Londra, quanto da Mosca, era nato nel cuore dell’Asia centrale.

La campagna di Afghanistan assunse effettivamente questo aspetto determinante nell’ambito della contesa iniziata a Jalta mezzo secolo prima ma, a dispetto delle previsioni, in favore di Washington. La lotta senza esclusione di colpi e il “fattore territorio” avevano nuovamente favorito le milizie locali, questa volta supportate dall’assistenza tecnica, economica e militare di Stati Uniti, Pakistan e Arabia Saudita: dopo dieci anni di guerra per il Cremlino non aveva più alcun significato “morire per Kabul”.

Lo stesso quesito si pone oggi agli Stati occidentali impegnati nell’International Security Assistance Force, nata nel dicembre 2001 nel contesto dell’Alleanza atlantica. L’obiettivo della missione Isaf è stato fissato nel fornire sostegno all’azione di governo della Repubblica Islamica di Afghanistan, sostenere il consolidamento dell’ordine sociale e politico e combattere le forze insorgenti dei talebani e dei mujaheddin di al Qaeda. Dal 2001 in Italia, come in molti altri paesi che vi hanno aderito, il dibattito sulla missione è rimasto sempre aperto, così come non sono mai cessate le citazioni alle sconfitte dei grandi imperi del passato.

Al momento sia gli afghani che le forze della coalizione Isaf, nonostante le divergenze, hanno degli interessi in comune. Ma questo minimo comun denominatore risulta spesso ignorato, o frainteso.

Il contributo italiano sembra essere destinato a terminare solo quando sarà eliminata una tra le principali cause del disordine internazionale, nonché garantito alla popolazione afghana il diritto di vivere in condizioni di pace. Come sottolineato da La Russa «abbiamo fatto ipotesi ma quello che è certo è che non abbiamo la minima intenzione di ritornare a casa prima che la missione sarà conclusa. Andremo via quando gli organismi internazionali lo decideranno».