giovedì 9 giugno 2011

COMUNICARE LO SVILUPPO

Le politiche economiche adottate dall’Italia nel corso dell’ultimo trentennio hanno privilegiato la difesa dei benefici sociali conquistati durante il boom registrato dal Paese nel secondo dopoguerra.

Si tratta, quindi, di diritti conquistati in un periodo di crescita a due cifre che si è protratto fin quasi alla fine degli anni Sessanta. La loro difesa è iniziata a partire dagli anni Settanta, quando hanno iniziato ad alternarsi fasi di recessione e fasi di crescita reale ridotta, consentendo di proteggere la generazione dei baby boomers con risultati eccellenti in termini di allungamento della durata e di miglioramento della qualità della vita.

La combinazione tra un mondo del lavoro caratterizzato da una forte regolamentazione, la stagnazione del reddito e la minore propensione, o capacità, al risparmio ha generato nel lungo termine problemi rilevanti per il nostro sistema-Paese. Anzitutto non ha permesso allo Stato di avere a disposizione le risorse adeguate per favorire l’ingresso delle nuove generazioni nel mondo del lavoro. In secondo luogo ha ostacolato il consolidamento della posizione di forza guadagnata dal Paese nell’ambito di uno scenario tanto anarchico, quanto mutevole, come quello internazionale. Infine ha contribuito ad erodere l’idea di coesione sociale e di solidarietà nazionale, nonché la percezione di sicurezza della nostra comunità.

La crisi strutturale del modello socio-economico occidentale impone all’Italia di alimentare un ampio dibattito sull’analisi delle cause della crisi. Questo dovrà risultare scevro dagli ideologismi e orientato dal concetto di interesse nazionale, con il chiaro scopo di tracciare le linee guida per salvaguardare il ruolo significativo che l’Italia ha tradizionalmente occupato nel consesso degli Stati.

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