Dopo la conferenza del 10 gennaio 2011 Afghanistan un impegno “necessario” presso la sala Maddalena del comune di Monza riportiamo un estratto delle riflessioni di Gabriele Natalizia dei circoli Nuova Italia sullo stesso tema:
Morire per Kabul? È dai tempi di Kipling che l’Occidente riflette sulla necessità di investire risorse umane ed economiche nel tentativo di pacificare l’Afghanistan. La risposta dell’alfiere della strategia geopolitica britannica era affermativa. L’unica eccezione mossa da Kipling era che al sacrificio di ogni soldato dovesse corrispondere allo sforzo di salvarne a tutti i costi l’onore militare, messo a repentaglio dall’assenza di ogni genere di norme in combattimenti con gruppi tribali che, pur non essendo organizzati nei ranghi di un esercito regolare, avevano saputo ottimizzare il “fattore territorio” ai danni della superpotenza del XIX secolo.
La storia ci racconta che, alla fine di quasi un secolo di “grande gioco” con la Russia e tre guerre anglo-afghane (1839-1842, 1878-1880, 1919), la Gran Bretagna si arrese a concedere progressivamente l’indipendenza all’Afghanistan. Una terra che dopo essere stata al centro di un’intricata partita a scacchi con i servizi segreti e le truppe dei Romanov il cui palio era il controllo sulla perla dell’Impero, l’India, fu trasformata in una sorta di “zona cuscinetto” tra i possedimenti britannici e i territori controllati dai Romanov. Un nuovo Stato ufficialmente indipendente tanto da Londra, quanto da Mosca, era nato nel cuore dell’Asia centrale.
La campagna di Afghanistan assunse effettivamente questo aspetto determinante nell’ambito della contesa iniziata a Jalta mezzo secolo prima ma, a dispetto delle previsioni, in favore di Washington. La lotta senza esclusione di colpi e il “fattore territorio” avevano nuovamente favorito le milizie locali, questa volta supportate dall’assistenza tecnica, economica e militare di Stati Uniti, Pakistan e Arabia Saudita: dopo dieci anni di guerra per il Cremlino non aveva più alcun significato “morire per Kabul”.
Lo stesso quesito si pone oggi agli Stati occidentali impegnati nell’International Security Assistance Force, nata nel dicembre 2001 nel contesto dell’Alleanza atlantica. L’obiettivo della missione Isaf è stato fissato nel fornire sostegno all’azione di governo della Repubblica Islamica di Afghanistan, sostenere il consolidamento dell’ordine sociale e politico e combattere le forze insorgenti dei talebani e dei mujaheddin di al Qaeda. Dal 2001 in Italia, come in molti altri paesi che vi hanno aderito, il dibattito sulla missione è rimasto sempre aperto, così come non sono mai cessate le citazioni alle sconfitte dei grandi imperi del passato.
Al momento sia gli afghani che le forze della coalizione Isaf, nonostante le divergenze, hanno degli interessi in comune. Ma questo minimo comun denominatore risulta spesso ignorato, o frainteso.
Il contributo italiano sembra essere destinato a terminare solo quando sarà eliminata una tra le principali cause del disordine internazionale, nonché garantito alla popolazione afghana il diritto di vivere in condizioni di pace. Come sottolineato da La Russa «abbiamo fatto ipotesi ma quello che è certo è che non abbiamo la minima intenzione di ritornare a casa prima che la missione sarà conclusa. Andremo via quando gli organismi internazionali lo decideranno».
Morire per Kabul? È dai tempi di Kipling che l’Occidente riflette sulla necessità di investire risorse umane ed economiche nel tentativo di pacificare l’Afghanistan. La risposta dell’alfiere della strategia geopolitica britannica era affermativa. L’unica eccezione mossa da Kipling era che al sacrificio di ogni soldato dovesse corrispondere allo sforzo di salvarne a tutti i costi l’onore militare, messo a repentaglio dall’assenza di ogni genere di norme in combattimenti con gruppi tribali che, pur non essendo organizzati nei ranghi di un esercito regolare, avevano saputo ottimizzare il “fattore territorio” ai danni della superpotenza del XIX secolo.
La storia ci racconta che, alla fine di quasi un secolo di “grande gioco” con la Russia e tre guerre anglo-afghane (1839-1842, 1878-1880, 1919), la Gran Bretagna si arrese a concedere progressivamente l’indipendenza all’Afghanistan. Una terra che dopo essere stata al centro di un’intricata partita a scacchi con i servizi segreti e le truppe dei Romanov il cui palio era il controllo sulla perla dell’Impero, l’India, fu trasformata in una sorta di “zona cuscinetto” tra i possedimenti britannici e i territori controllati dai Romanov. Un nuovo Stato ufficialmente indipendente tanto da Londra, quanto da Mosca, era nato nel cuore dell’Asia centrale.
La campagna di Afghanistan assunse effettivamente questo aspetto determinante nell’ambito della contesa iniziata a Jalta mezzo secolo prima ma, a dispetto delle previsioni, in favore di Washington. La lotta senza esclusione di colpi e il “fattore territorio” avevano nuovamente favorito le milizie locali, questa volta supportate dall’assistenza tecnica, economica e militare di Stati Uniti, Pakistan e Arabia Saudita: dopo dieci anni di guerra per il Cremlino non aveva più alcun significato “morire per Kabul”.
Lo stesso quesito si pone oggi agli Stati occidentali impegnati nell’International Security Assistance Force, nata nel dicembre 2001 nel contesto dell’Alleanza atlantica. L’obiettivo della missione Isaf è stato fissato nel fornire sostegno all’azione di governo della Repubblica Islamica di Afghanistan, sostenere il consolidamento dell’ordine sociale e politico e combattere le forze insorgenti dei talebani e dei mujaheddin di al Qaeda. Dal 2001 in Italia, come in molti altri paesi che vi hanno aderito, il dibattito sulla missione è rimasto sempre aperto, così come non sono mai cessate le citazioni alle sconfitte dei grandi imperi del passato.
Al momento sia gli afghani che le forze della coalizione Isaf, nonostante le divergenze, hanno degli interessi in comune. Ma questo minimo comun denominatore risulta spesso ignorato, o frainteso.
Il contributo italiano sembra essere destinato a terminare solo quando sarà eliminata una tra le principali cause del disordine internazionale, nonché garantito alla popolazione afghana il diritto di vivere in condizioni di pace. Come sottolineato da La Russa «abbiamo fatto ipotesi ma quello che è certo è che non abbiamo la minima intenzione di ritornare a casa prima che la missione sarà conclusa. Andremo via quando gli organismi internazionali lo decideranno».
Nessun commento:
Posta un commento